Questo scenario mette in pericolo la democrazia? Molti lo pensano. Stamattina ad esempio leggo da Tom Watson una cosa che sento ripetere da molti:
"the vast populace will never produce great journalism - or even sufficient journalism of the kind that has nurtured our republic - any more than it will perform surgery on a widespread amateur basis, or turn out competent oil paintings by the millions"Ma la domanda che io mi pongo (e che ti pongo) è questa: esiste uno scenario in cui si potrebbe fare a meno del giornalismo? Per esempio, se tutti gli atti del tuo comune fossero su internet, se ogni consigliere avesse un suo blog su internet, se le sedute fossero diponibili live su internet, e se ogni cittadino potesse accedervi via internet, sentiresti ancora bisogno del reporter che segue i consigli comunali?
Se la tua risposta è anche solo "forse no", capisci allora che la battaglia per la diffusione di internet e della banda larga, la sua difesa dal bavaglio che la politica cerca di metterle, sono battaglie di civiltà e di democrazia su cui ci si gioca il futuro.
Aggiornamento delle 19.30
Breaking news! Una serie di possibili risposte in questo post della sempre acuta Kathy Gill.

ovviamente ci sarebbe ancora più bisogno del "reporter", a meno di pensare che io passi la vita leggendo blog di consiglieri comunali, provinciali, regionali, di deputati e di addetti al parlamento europeo (ossia tutte le figure politiche che possono incidere direttamente sulla mia vita), con relativi atti, visioni di sterminati e inconcludenti filmati ecc. ecc., per un totale di qualche miliardo di miliardi di ore al mese.
RispondiEliminail fatto che questo bisogno venga soddisfatto - piuttosto male - da giornali generalisti dipendenti da megaimprese editoriali o da altre figure rese disponibili non si sa ancora come dai cambiamenti in atto, non sposta il punto.
Anzi, la disponibilità di maggiore informazione farebbe aumentare esponenzialmente anche l'attività di commento, con relativa spasmodica ricerca di fonti autorevoli capaci di sintesi efficaci.
(il motivo per cui i giornali vanno male è perché NON fanno questo lavoro, non perché lo fanno. La sintesi e il commento efficaci valgono oro. La sintesi disinformata e il commento trombone possono tranquillamente essere sostituiti da materiale ugualmente scadente trovato in rete, ma almeno gratuito. Se poi in rete trovo sintesi efficaci tanto meglio. Ma sempre di attività di mediazione si tratta, tra me e la notizia)
RispondiEliminaCredo che la rete modificherà il modo di "fare giornale", ma non il giornalismo in sé. È necessaria tuttavia un'evoluzione nel sistema informativo e mediatico:
RispondiEliminahttp://lindipendente.splinder.com/post/20076494/2011%3A+a+Newspaper+Odyssey
Giorgio, dici che ci sarebbe ancora più bisogno del reporter. Ma il punto è che non c'è più nessuno disposto a pagarlo! E quindi?
RispondiEliminaGaspar, sul fatto di pagarlo: in fondo c'è "gente" che paga per comprare libri su cui non viene detto nulla di "reale"... se qualcuno scrivesse e venisse pagato dalla gente per qualità, reale... non so, sicuramente non è la risposta, però credo si debba ragionare sui valori che il ruolo porta, più che al fatto che non ci sia un modello economico che lo sostiene. :)
RispondiEliminaNon esiste uno scenario del genere. COme già ha scritto Giorgio, avere le informazioni raggiungibili non significa raggiungerle, perché raccoglierle, se è il caso sintewtizzarle, sistemarle in maniera "maneggiabil"e e comprensibile è un lavoro complesso a tempo pieno. Che aggiunge valore se ben fatto: siamo sicuri che non lo si pagherebbe?
RispondiEliminaoggi i giornali non sono fatti per vendere informazione, ma per vendere lettori agli inserzionisti. Da qui gli editori faraonici, i giornali vetrina, i prezzi bassissimi, i panini e superpanini, la trasformazione in rotocalco, le redazioni fatte di precari, le news fotocopia e la qualità sottozero. Un modello che, di fronte alla competizione della rete, salta: gli inserzionisti fuggono e i giornali falliscono. In tutto ciò, però, il calo di lettori è solo l'innesco. Anche col doppio dei lettori, con questi prezzi e con questi costi nessuno starebbe in piedi (conosco però esperienze di prezzi alti e qualità alta che vivono benissimo, seppure in nicchie. Ma nicchie solidissime...) Come puoi pensare di andare in edicola col giornale+200 pagine di magazine e pensare di sostenerti facendo pagare 1,50? Non paghi nemmeno i costi di materiali, figurarsi il lavoro ecc. Nessuno può indicare i futuri modelli di business, dato che mancano troppi dati per fare estrapolazioni, e non è nemmeno detto che quella che a mio parere è un'esigenza che non può venire bypassata (cioè una certa dose di filtro e mediazione) debba per forza venir coperta dal mercato profit. Di sicuro il modello attuale attuale è in crisi nera. Steven Johnson ha ragione a dire che già ora molti campi sono coperti autonomamente dalla rete, ma questo è vero solo per gente fortemente digitalizzata (in italia, stante l'analfabetismo di ritorno al 50%, questa percentuale è bassissima, e il resto è di fatto coperto dalla tv generalista). Quindi le soluzioni non sono semplici. Ma l'idea che uno debba disintermediarsi su tutto (politica, interessi personali, hobby, ecc.) è impraticabile. O meglio, se tutti i giornali falliscono sarà la realtà, solo non so quanto desiderabile, visto che avremo il 30% di superinformati e il 70% di teledipendenti - tutti votanti, ahinoi.
RispondiEliminaE quindi Giorgio sei d'accordo con me che, stando così le cose, la diffusione di internet diventa fondamentale per la democrazia?
RispondiElimina(Se anche i giornali funzionassero perfettamente, quel rapporto 30/70 sospetto che te lo ritroveresti uguale)
La tua tesi, che i giornali scompaiono perché non sanno fare il loro mestiere, mi affascina. A sostegno, ricordo che il raro giornalismo investigativo (immigrati, caporalato, casta) ha sempre avuto enorme successo di pubblico.
la sostenbilità economica della stampa e il rapporto stampa democrazia sono temi separati. sul primo la penso come ho detto. sul secondo, boh! i riflessi sulla democrazia mi sembrano una roba assai complicata da elaborare (quale democrazia, mi verrebbe da chiedere per cominciare? quale rapporto tra politica e informazione? quale politica? quale informazione? come saranno le democrazie tra 20 anni? è quasi impossibile dire cose sensate a riguardo). Probabilmente la diffusione di internet è auspicabile a quel fine, anche se si scontra da noi col problema segnalato sopra (l'analfabetismo funzionale è a livelli mostruosi e ovviamente non può essere internet a risolverlo, dato che per accedere a internet non devi essere analfabeta funzionale. Lo stesso vale per i giornali, come giustamente segnali, che fossero migliori sarebbe buona cosa e forse potrebbero anche sostentarsi, ma di nuovo la democrazia italiana non ne sarebbe toccata se non in tempi lunghi.)
RispondiEliminaC'è un problema colossale anche di monopolio de facto. E forse se mplicemente, nemmeno ci si prova a inventare un modello di giornalismo dive si vende la notizia.
RispondiEliminaMi spiego meglio:
Quanto costa mandare 300 numeri di 30000 copie di un giornale di 8 pagine solamente in edicola? Io non ne ho idea, e senza una stima del genere non è pensabile nemmeno schizzare un piano di business per vedere se esiste una soglia di sostenibilità.
Giusto per sapere se si può fare.
arrivo tardi, avete già detto tutto :)
RispondiEliminaconcordo con Giorgio sul fatto che sostenibilità economica e rapporto stampa democrazia sono temi separati. anzi forse sono persino in conflitto. forse una stampa che fa liberamente il suo mestiere non è sostenibile economicamente per la stessa natura del sistema. forse ci siamo illusi per tutti questi anni che lo fosse, perché per tutti questi anni l'advertising è stato una forma di mecenatismo interessato che le aziende ora non trovano più conveniente.
e concordo con Gaspar che la diffusione di internet diventa fondamentale per la democrazia (perché l'accesso alle informazioni è sempre stato fondamentale per la democrazia, e più la democrazia si evolve più ha bisogno di fonti di informazione nuove e diverse).
ma se il mecenatismo del business non è più conveniente bisogna trovare un'altra forma di mecenatismo, e come modello di business per l'informazione e per le arti pop (musica, cinema) credo nel mecenatismo del popolo. credo che tra dieci o vent'anni espressione artistica e informazione, liberate dai costi di distribuzione, potrebbero essere pagate da un contributo volontario da tutti noi. cosa che in alcuni casi si fa già oggi: così fanno le radio per pagare la musica, così si fa oggi per pagare i contenuti TV. importante è che il contributo sia commisurato alle possibilità di tutti e possa giungere agli autori di ciò che consumiamo in base a una logica di merito (quindi, sì, è la morte dei distributori).
il che non è necessariamente in conflitto col modello advertising, che non è affatto morto, ma grazie all'interattività dei nuovi media potrebbe e dovrebbe passare da una logica quantitativa a una qualitativa, quindi avere un valore più alto sia per l'inserzionista che per il media che lo ospita.
Vi segnalo un post che avevo scritto due mesi fa. E' il mio contributo a questo interessante dibattito
RispondiEliminahttp://novamob.wordpress.com/2009/01/23/il-futuro-della-comunicazione-tra-vangelo-e-web/#comment-1250
Un saluto,
Per non far cadere la cosa ch einvece merita:
RispondiEliminapossiamo dare una versione a nostro uso e consumo "dell'opinione pubblica democratica" nella sua forma classica, per come venne codificata nei secoli scorsi: è la capacità degli interessi sociali contrapposti di costruire un dibattito pubblico usando i mezzi moderni di comunicazione - stampa, radio, tv - dibattito che funge da necessario supporto e contraltare al dibattito democratico ufficiale - partiti e istituzioni - entrambi finalizzati, proprio per la natura dei mezzi utilizzati caratterizzati da una costituzionale "scarsità" di risorse, alla costituzione di "maggioranze e minoranze".
"Questa" opinione pubblica è in crisi da un pezzo, perché è in crisi la mappa di quegli interessi sociali contrapposti che fondava, su un compromesso reciproco, il patto democratico (si può chiamare questi interessi col loro nome: classi). Si tratta di un sommovimento radicale nella configurazione sociale ed economica che data dalla fine degli anni '60 e non è il caso di ricostruire qui, che ha portato con sé, per svariati motivi, una riconfigurazione della natura dei media e ne ha col tempo svuotato ampiamente la funzione di "formatori indipendenti dell'opinione pubblica". A cascata, tutto ciò ha modificato per slittamenti successivi anche la natura della democrazia, che sempre più tende a presentarsi come mera amministrazione, usando i media come funzioni derivate e dipendenti.
Se tutto questo mutamento - che sociologicamente e riduttivamente chiamiamo passaggio dal fordismo al postfordismo - ha liberato enormi risorse cognitive, economiche e umane di cui la rete è la concrezione più appariscente, ha anche d'altra parte costruito una gabbia d'acciaio intorno agli snodi sistemici. In questo quadro, lo sviluppo della rete in direzione 2.0 ha effetti sull'opinione pubblica, in realtà probabilmente già defunta per conto suo, e quindi sulla democrazia? Difficile rispondere. Da una parte ne ha perché minaccia alla base le fonti di finanziamento dei media sistemici, dall'altra non è chiaro con cosa la vecchia "opinione pubblica" e la sua successiva mascheratura mediatica possano venire sostituite o affiancate. Le necessità informative non possono essere soddisfatte solo dalla pubblicità delle fonti, che pure è auspicabile: la disintermediazione totale presuppone una quantità di tempo sterminato. D'altra parte una mediazioni molecolare e distribuita, quand'anche fosse sufficientemente valida, efficiente e raggiungibile da tutti, cambierebbe col tempo radicalmente le carte in tavola perché, giusto per fare un esempio di non piccola entità, potrebbe teoricamente mandare in crisi l'idea stessa della costituzione di maggioranze qualificate (un medium infinitamente disponibile - e tendenzialmente tattile - al contrario di uno "scarso" e "visuale", funziona attraverso un'interazione debole di infinite minoranze senza l'esigenza della reductio ad unum). Cosa voglia dire politicamente è un mistero, al punto che mi è impossibile persino dire se ci aspetti un futuro radioso o un incubo (magari 50 e 50, come al solito...).
(scusate lunghezza e eventuali ermetismi, mi conoscete ormai :-) )
RispondiEliminal'onniscenza basata sul Web è una mostruosa palla..ricordati che il blogger non è pagato per fare ciò che non gli interessa.. torriero tu andresti a intervistare un ministro, un amministratore delegato, un operaio licenziato? e quando lo fai, nel tempo libero?guarda che il discorso si può esattamente rovesciare: visto che non accade che tutto sia in Rete o mai lo sarà chi mi informa su cose di rilevanza pubblica non seguite da blogger volonterosi?
RispondiEliminaGiorgio, sono un fan dei tuoi lunghi commenti; più sono lunghi e più li apprezzo. Quindi vai tranquillo senza problemi.
RispondiEliminaMi sembra condivisibile la tua diagnosi, ma mi permetto di differire quando tu sostieni, come molti, che la disintermediazione totale presuppone tempo illimitato.
Siccome nessuno filtra per te, sarai inondato di notizie? Ma niente affatto. Invece: filtrerai in proprio. Gli strumenti ci sono, sempre più facili, sempre più potenti.
E ritorno quindi al mio punto iniziale, che una estesa diffusione della banda larga con corrispondente alfabetizzazione informatica saranno utili a sopravvivere a un eventuale collasso dell'informazione tradizionale.
grazie Gaspar :)
RispondiEliminail mio punto è che è vero, puoi filtrare le notizie da solo. Le notizie. Non i meri fatti. Le "notizie" non esistono in natura, sono del lavorati, dei prodotti. Gli eventi non producono di per sé alcuna notizia, è la presenza di uno sguardo interrrogante che le lavora, le sceglie in base alla propria visione e prospettiva, le trasforma, le sintetizza e le trasforma in notizie. Le fonti non sono di per sé "fonti di notizie". Gli eventi sono eventi, stop. Due ore di registrazione video del consiglio comunale (anche prescindendo da una regia video, che già introdurrebbe una lavorazione) non sono una notizia. Sono un evento "muto". Possono diventarlo. Che questa operazione venga fatta da un professionista o da 50 amatori, da questo punto di vista è irrilevante. Ma un conto è filtrare 50 amatori che mi danno notizie, un conto è che io debba interrogare personalmente tutte le potenziali "fonti". Magari sbaglio, ma a me, sinceramente, pare che tu la faccia troppo facile :-)
Eh, io la faccio facile ma mi protegge il motto qui in alto a sinistra: It's more complicated than that! Cerco di non dimenticarlo mai.
RispondiEliminami pare che la domanda sia mal posta :)
RispondiEliminaTutto deve esser su internet, ovviamente, per trasparenza sacrosanta.
Detto questo, pensare di fare a meno dei giornalisti (quelli seri) è una grandissima sciocchezza.
Sarebbe come dire che non servono gli insegnanti nelle scuole perché tanto c'è tutto su wikipedia...
Stefano, per te giornale e giornalisti sono la stessa cosa?
RispondiEliminaPoi, ovviamente, io non penso di voler fare a meno dei giornalisti. Io penso di dovere fare a meno dei giornali che la pubblicità non è più disposta a pagare.
E mi chiedo cosa succederà dopo.
La domanda è «esiste uno scenario in cui si potrebbe fare a meno del giornalismo?»
RispondiEliminaLa risposta è sì. In una dittatura perfetta.
Ciro, ammazza quanto sei apodittico!
RispondiElimina:-)
Detta così, lascia il tempo che trova. Ma se la vuoi spiegare meglio, sono tutto orecchi.
Anch'io penso che si potrà fare a meno dei giornali, non dei giornalisti.
RispondiEliminaNon fosse altro che se esistono da circa 400 anni ci sarà un perché.
Alcuni problemi relativi ai supporti nell'era dei post-giornali sarebbero:
- chi ne paga i creatori di contenuti, se il mercato della pubblicità appare in crisi anche sul web?
- chi assicura la professionalità, il rispetto dei diritti altrui (diritto a non vedere lesa la propria reputazione con calunnie)? E quindi: come orchestrare la responsabilità civile e penale dei fornitori di contenuti dei post-giornali? Che tipo di registrazioni bisogna pensare? Come conciliare la libertà della rete con i diritti dei singoli? I giornali attuali, bene o male, un sistema normativo di riferimento ce l'hanno. Sul web, tuttora, l'argomento è una traversata nel deserto.
Benissimo, mi direte. Esisteranno tutti giornali online e quindi apposto. E invece no, così è riduttivo. Qualcosa che viene dopo i giornali, questo è il tema, non il giornale online.
Sono solo spunti inesaustivi, del resto il motto di questo blog fa perfettamente fede al mio spirito attuale :)
ah dimenticavo, se vi interessa ecco una mia riflessione sulla blogosfera "povera ma bella"
http://olipan.blogspot.com/2009/01/blogosfera-ottimismo-ma-solo-sui.html
olipan: la legge si preoccupa (non senza ragione) di proteggere il cittadino dall'enorme disparità di potere tra chi possiede i costosi mezzi di stampa e chi, al massimo, può scrivere al direttore e sperare di essere pubblicato.
RispondiEliminaMa sul web, esiste la stessa dsparità? io non credo, e credo che bastino le norme che già regolano i rapporti privati.
Opinione non condivisa da molti parlamentari della Repubblica :)